Per questo motivo per molto tempo ho creduto che il grassone felice col sacco, raffigurato nelle statuette cinesi che si trovano un po' dappertutto (anch'io ne ho da molti anni una sulla scrivania che mi serve da fermacarte, vedi foto) fosse proprio Anathapindika, che sorride sornione per il tiro giocato al principe, bello grasso e prospero come s'addice a un antico riccastro, appoggiato al sacco d'oro risparmiato quando il principe Jeta volle donare l'ingresso del parco per riscattarsi dalla magra figura.
Invece, dopo aver fatto qualche ricerca e, soprattutto, grazie all'amico Enrico Federici che mi ha fornito una corposa (!) documentazione, mi sono dovuto ricredere: il buddha grasso che ride è P'i-pu-tai Ho-shang (che significa Piccolo-monaco Sacco-di-cuoio), abbreviato, per comodità, in Pu-tai. Si tratterebbe d’un lontano seguace cinese del Buddha, vissuto — pare — nel 900 dopo Cristo. Si dice che abbia condotto una vita da gaudente e poi, sazio delle gioie della vita, si sia dedicato con tale impegno alle discipline ascetiche da raggiungere l'illuminazione, meritandosi cosí l'appellativo di Buddha.
È raffigurato come un monaco col capo rasato, ridente ed obeso, che impugna o s’appoggia a un sacco di cuoio — da cui il nome — contenente tutte le gioie terrene. Spesso leva in alto un braccio, o tutt’e due, tenendo nelle mani un fiore e un frutto. È spesso circondato da fanciulli che, a volte, cercano di imprigionarlo in una rete, e che rappresentano i vizi capitali ai quali è riuscito a sfuggire. È simbolo e augurio di appagamento dei sensi e di tutte le gioie materiali. Poiché ha goduto tutti i piaceri dell'esistenza ed ha per giunta conseguito il risveglio, è molto popolare e viene invocato dal popolo perché aiuti a conseguire le gioie materiali e l'appagamento dei sensi unitamente alla realizzazione spirituale.
Pu-tai in giapponese è divenuto Hotei. Leggiamo nelle «101 storie zen»:
«Questo Hotei visse al tempo della dinastia T'ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare.
Aveva istituito un giardino d'infanzia della strada. Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano, dicendo: "Dammi un centesimo, uno solo". E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare lui ripeteva: "Dammi un centesimo". Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: "Qual è il significato dello Zen?". Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra. "Allora" domandò l'altro "qual è l'attuazione dello Zen?". Subito il cinese felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada».
In Tibet, Putai è noto come Hva-sang ed è anche colà raffigurato grasso e felice, con in mano un rosario e una conchiglia, spesso circondato da bambini. Anche se lo si include nella lista dei 18 Arahant, a rigore non lo è e non veste come tale, ma indossa uno scialle drappeggiato sulle spalle lasciando scoperto il grosso ventre. Contrariamente a quanto pensano i piú, non si tratta del Buddha Shakyamuni che, come abbiamo visto, a differenza di Pu-tai era snello come un giunco.



